La Genova dei Beatles: Beatbox vs Reunion

Ok, probabilmente lo avrete già capito: io amo i Beatles, anzi, siamo ai limiti dell’ossessione.

Quindi un week end come l’ultimo di luglio raggiunge quasi la perfezione, secondo solo ad un appuntamento romantico con il Paul McCartney del ’64-’65.

Iniziamo con sabato 30 luglio nella scenografica Arena degli Artisti di Pegli: concerto dei Beatbox.

Che dire? La coverband tosco-genovese, famosa anche a livello extraeuropeo (ha al suo attivo vari tour in USA e Messico) per un’ amante dei FabFour è una garanzia: impeccabile la tecnica, una cura quasi maniacale per i dettagli: parrucche e movenze che farebbero credere ai “veri” Beatles di guardarsi nello specchio.

Certo, a volte la parlata in un inglese un po’ forzato fa sorridere: l’emulazione è la miglior forma di adulazione quando ben calibrata.

Tutto passa in secondo piano quando i quattro “cloni” tirano fuori le chitarre e scaldano le voci: Riccardo Bagnoli/Paul canta in un modo tale da far sembrare Macca la copia di se stesso.

E Alfio Vitanza/Ringo, scanzonato come l’originale, riesce a farmi apprezzare perfino “Yellow submarine”, che ho sempre detestato.

Sempre brillanti Mauro Sposito/John e Guido Cinelli/George che danno il loro meglio con “Come together” e “Something”.

Unica critica? La scaletta, a tratti un po’ scontata. Di certo, un pubblico così eterogeneo (si va dai 6oenni che addirittura hanno visto i Beatles live in Italia nel 1965 ai giovanissimi), può non conoscere brani come “Tomorrow never knows” e preferire una rassicurante “She loves you”.

D’altra parte, i più “addicted” potrebbero apprezzare uno scorcio di Beatles meno noti, ad esempio una rivisitazione di “Getting better”. Da qui transito felicemente verso il Porto Antico, domenica 31. I genovesi DOC Reunion, insieme ad un quartetto d’archi del Carlo Felice , radunano i beatlesiani all’ombra della Lanterna.

Niente costumi, qualche problema tecnico qua e là, ma tanto amore. Meno sofisticati dei Beatbox, la band di Francesco Sandi , trasmette sempre un affetto così genuino che per una fan come me, è un momento di comunione non da poco.

Come quando sei all’estero e nel melting pot linguistico trovi il connazionale: magari scambiate solo un cenno ma si stabilisce una specie di connessione.

Della perfomance dei Reunion ho apprezzato la scaletta, nient’affatto banale (tra cui una bellissima versione di “She’s leaving home”, in cui si è sentita potentemente la voce del giovane tastierista nonché mio caro amico, Luca Dondero, di solito così discreto) . Una gradevole alternanza di brani noti e di nicchia (vedi “I’ve just seen a face”).

Molto apprezzato l’intento, comune ad entrambe le band, di dare un contesto storico-biografico al concerto, partendo dalle origini del rock ‘n roll: i Beatbox con Elvis, il Messia dei Beatles, i Reunion con “Twenty flight rock” di Eddie Cochran, uno dei brani che il 15enne Paul sfoderò per far colpo su John in quel fatidico 6 luglio 1957.

Ambedue i gruppi non hanno resistito al fascino del gran finale con “Hey Jude”, momento di aggregazione per antonomasia, perché tutti la conoscono (quantomeno il tripudio di “La, la, la…”).

“In fondo, l’amore che ricevi è uguale all’amore che dai”: e questi gruppi ne danno e ricevono tanto.

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Perché un blog sui Beatles

Non so quanto potrà durare questo blog, quante visualizzazioni otterrà e, soprattutto, se interesserà davvero a qualcuno.

L’idea mi è stata suggerita da una mia collega, evidentemente esasperata dal mio continuo cicalare sui Beatles, su quanto ho amato Liverpool e il Cavern e sulla quantità notevole di articoli sui FabFour che ho scritto sul quotidiano in cui lavoriamo.

Contrariamente a molti fan che conosco, non sono cresciuta con le canzoni dei Beatles: i miei genitori, amanti del rock, del metal e della musica classica (eh sì, siamo eclettici), non li hanno mai amati particolarmente, pur avendoli vissuti (anche se la parabola era ormai in fase discendente):  «Sì, belle canzoni, alcune eccezionali, ma ne eravamo saturi, la Beatlemania aveva stancato. In quel periodo, poi, stavano nascendo altri artisti meravigliosi, loro erano superati».

Quindi a casa si evitavano accuratamente (anche se, nascosto in un baule, c’era un solitario “All things must pass“, del caro George Harrison) , tanto che io stessa, quando a scuola ci facevano cantare Yellow Submarine all’infinito, li giudicavo inflazionati, per non dire sopravvalutati.

Verso i 17 anni ho iniziato a fare una scrematura dei miei gusti musicali, privilegiando il rock e il pop anni ’60-’70 (nella mia personale classifica ci sono Cat Stevens, Neil Young, Simon & Garfunkel, Bob Dylan, Eric Clapton e il nostrano Lucio Battisti) ma con l’inclusione di generi completamente diversi, dal classico al commerciale più trash.

Continuai però a lasciare da parte i maggiolini (non scarafaggi, gente) fino a quando l’insegnante di mia cugina escogitò un modo simpatico di farla esercitare con l’inglese, proponendole cioè di imparare le canzoni del quartetto.

Per farla breve, iniziammo ad ascoltarli insieme, aggiungendo la visione del bel film Across The Universe, creato interamente sulle loro canzoni. Potrei parlare di epifania? In un certo senso, sì.

Le note di Michelle e While My Guitar Gently Weeps hanno invaso casa tanto da far dire ai miei genitori: «Li abbiamo evitati da giovani e ora ce li troviamo tra i piedi ovunque, in ogni momento!»

All’alba dei 26 anni è chiaro che non si tratta di una cotta passeggera, bensì di una vera passione: l’estate scorsa ho festeggiato il compleanno a Liverpool e ho amato talmente tanto questa città (e non solo per il quartetto) da decidere di viverci per qualche mese, con la scusa di migliorare l’inglese. Di questa esperienza ne parlerò in seguito.

Quando sono allegra, ascoltare una canzone dei Fab Four mi fa sorridere ancora di più; essa diventa la colonna sonora della mia gioia.

Quando sono triste, sono la valvola di sfogo che mi aiuta a ricacciare indietro, o viceversa, a scatenare il pianto di cui ho bisogno per tornare al solito umore.

Quello che amo del gruppo, come ogni fan, è trovare sempre, nella loro enorme produzione, la canzone giusta, quella che si adatta meglio allo stato d’animo del momento.

Guardando le interviste alle ammiratrici impazzite, spesso piangenti o colte da malori alla vista dei loro idoli, ho afferrato una frase esplicativa: «I Beatles sono felicità… La loro musica fa dimenticare ogni cattivo pensiero».

Non riesco a spiegare bene cosa provo quando li ascolto, però so che non riesco a smettere: ci sono corde interiori che solo loro riescono a toccare.

Dipendenza? Sì, sono predisposta alle dipendenze: quando una cosa attrae la mia attenzione ne divento fanatica, devo sapere tutto al riguardo.

Ossessione? Forse.

Pur sapendo che i miei genitori, e perfino i miei gatti, si stufano a sentire per la dodicesima volta di seguito Here, There and Everywhere (lo ammetto, ho un debole per Paul), e pur irritata io stessa per la mia ripetitività, trovo sempre una qualche giustificazione per ascoltarla di nuovo. Ho letto che la Beatlemania ha restituito ai giovani l’adolescenza: all’epoca non era che una brevissima fase prima dell’età adulta, la sua irrequietezza veniva messa rapidamente a tacere: i Beatles hanno dato voce ai tormenti, alle gioie dei loro coetanei, forse perché erano loro stessi dei giovani.

Io non sono nata nei Sixties, l’adolescenza l’ho vissuta appieno e ringrazio di esserne uscita: la band non mi ha ridato la gioventù; le mie crisi, al tempo, hanno avuto il giusto sfogo. E dunque i Fab Four sono l’equivalente di un diario: li lascio parlare per me, facilitano il dialogo con la parte più interiore.

Non è oblio, né solo terapia: costringono a confrontarmi con le mie emozioni, cosa che non ho mai trovato facile. Se sono contenta, se piango ascoltandoli, tendo a pensare che ci sono delle questioni che devo affrontare, o non susciterebbero tali reazioni emotive, e ne apprezzerei, in modo più superficiale, il solo valore estetico. Invece sono i miei psicologi di fiducia, disponibili 24 ore su 24, e pure gratis

E non sono la sola, di malati ce n’è un mucchio: mi stupisce sempre scoprire quanta gente ancora li ama, ne parla, litiga furiosamente a causa loro. Quanti bravi musicisti riconoscono il debito che hanno con loro, quanti hanno intrapreso la carriera musicale per loro, quanti cercano di imitarli? E le vendite dei cd, i festival organizzati in loro ricordo, dimostrano che sono sempre attuali. Non dimentichiamo il boom su Spotify quando finalmente la Apple ha rilasciato il patrimonio beatlesiano sulla piattaforma!

I miei migliori amici considerano questa passione un’altra delle mie non poche strambe caratteristiche: fa parte del mio personaggio, insomma. Solo mia cugina e una nostra amica comune mi capiscono, forse perché sono più fuori dalla grazia di me, però abitano lontano e, salvo qualche occasione (per esempio, un concerto dei Beatbox – coverband molto nota – in cui abbiamo pianto e riso come pazze), non posso condividere quotidianamente con loro quello che sento.

Ma vi dirò, non mi dispiace: condivido tutto con i miei amici, questa la tengo per me (anche se i regali a tema Beatles sono per loro una risorsa). Di qui l’idea del blog: mi piace l’idea che perfetti sconosciuti condividano la mia passione; l’anonimato consente a volte una liberazione che con gli intimi non puoi avere, proprio perché sai di stancare o di non essere compreso appieno.

Termino questo primo articolo con una frase di George Harrison che mi è sempre piaciuta: «Mi piacerebbe pensare che tutti i vecchi fans dei Beatles sono cresciuti e si sono sposati e hanno avuto bambini e sono tutti più responsabili, ma hanno ancora uno spazio nei loro cuori per noi.»

Io ce l’ho.